“Il vecchio castello che ride sereno sull’alto
La valle canora dove si snoda l’azzurro fiume
Che rotto e muggente a tratti canta epopea
E sereno riposa in larghi specchi d’azzurro:
Vita e sogno che in fondo alla mistica valle
Agitate l’anima dei secoli passati:
Ora per voi la speranza
Nell’aria ininterrottamente
Sopra l’ombra del bosco che la annega
Sale in lontano appello
Insaziabilmente
Batte al mio cuor che trema di vertigine.”
(Dino Campana, Marradi)
Marradi è terra di confine, di quel Mugello che è detto Romagna
Toscana, tra il rio Salto ed il torrente Campigno, tra boschi di castagni, casolari, eremi nascosti. Terra che trema di vertigini sismiche, di ricordi che parlano di eccidi, di Resistenza, di Linea Gotica. Marradi sta a Dino Campana come Recanati sta a Giacomo Leopardi. Poeta del presente e dell’avvenire, Campana, visionario incompreso, reietto, legato alla sua terra di quell’amore conflittuale che sconfina nell’odio. Partenze, fughe improvvise e ritorni. L’autore dei Canti Orfici tenta con disperazione di scampare al proprio destino per tornare poi a quel “paese barbarico, fuggente, paese notturno, mistico incubo del Caos”.
Come Dino Campana anche Vincenzo Castaldi ha avuto i suoi natali in quel di Marradi, il 15 maggio 1916. Stiamo parlando del Maestro Internazionale Castaldi, scomparso la notte di Epifania del 1970, quaranta anni fa. Uno dei più grandi campioni che il nostro Paese abbia mai avuto, capace di vincere ben sette titoli nazionali, impresa sino ad allora mai riuscita a nessuno.
Castaldi si affacciò sullo scenario scacchistico italiano nel 1936, ventenne studente in medicina: dopo un secondo posto al torneo di Brinidisi, dominò il campionato italiano nelle due prime edizioni cui prese parte, per porsi subito alla ribalta dello scenario internazionale come prima scacchiera alle olimpiadi di Stoccolma del 1937, dove seppe piegare campioni assoluti come Sammy Reshevsky e Savielly Tartakower.
Dopo lustri di incertezze, in cui si ricordava solo l’impresa di Budapest 1926 di Mario Monticelli, l’Italia tornava ad avere un giocatore di statura internazionale. Sono gli anni in cui si pontifica la nascita dell’Impero, dove il nostro Castaldi viene premiato “con belle parole e semplicità fascista” dal Grand’Ufficiale ingegner Luigi Miliani, che sottolinea “l’espressione della vigorosa giovinezza italiana in ascesa verso le più alte leve”, così come riportato dal cronista dell’epoca, che non manca di ricordare come “nell’applauso fervido, unanime, che ha salutato il nuovo campione è vibrata la salda fede che egli saprà cogliere per la Patria nuovi e maggiori successi.”
Anche Firenze, certo, era immersa nel clima autarchico di quell’Italietta. Ma aveva risorse culturali immense. Al caffè delle Giubbe Rosse potevi incontrare Luzi, Bigongiari, Montale, Vittorini. Oltre ai giocatori di scacchi. A Firenze si stampava “L’Italia Scacchistica”, che era creatura tutta toscana, nata per volere del viareggino Alberto Batori e del fiorentino Stefano Rosselli del Turco. Da quell’ambiente prese le mosse Vincenzo Castaldi. E tanti altri ancora, nomi più o meno noti dello scacchismo italiano: da Francesco Scafarelli a Clarice Benini, dai Maestri Bruzzi, Cambi, Ceccato e Mondaini, ai tanti altri forti giocatori come Di Vincenzi, Cecconi, Longo, Borghesi, Bianchi, senza dimenticare gli esuli, fiorentini d’elezione, come l’ungherese Krausz ed il conte russo Obolenski, maestro di Sergio Mariottti.
Il dopoguerra vide Castaldi gareggiare spesso e volentieri anche all’estero, sempre in tornei di prim’ordine: lo zonale di Hilversum 1947 (vittoria con Pachman), Venezia 1948, dove colse un prestigioso successo sull’ex campione del mondo Max Euwe (da lui definito come “il più grande dei giocatori senza talento”), le Olmpiadi di Dubrovnik del 1950, Hastings 1950/51, Vienna 1951, Firenze 1952, Venezia (secondo posto) e San Benedetto del Tronto 1953, lo zonale di Monaco 1954, Amburgo 1955, il torneo a squadre Claire Benedict (edizioni del 1955, 1957 e 1959). A tutto questo vanno aggiunti altri cinque titoli italiani, colti nel 1947, 1948, 1952, 1953, 1959.
Castaldi era combattente di razza, poco avvezzo al pareggio, un purosangue che puntava senza paura al finale, fase della partita in cui senz’altro sapeva eccellere. Der Wild, “il selvaggio”, lo soprannominarono i tedeschi, e molti confusero quella sua pervicacia testarda, che è puro spirito di lotta, in uno stile aggressivo, che a dire il vero non traspare dal suo gioco, tendenzialmente chiuso, dove contrazioni della posizione scattano a molla in contrattacchi reattivi.
Ma venne il giorno in cui Castaldi decise di ritirarsi dall’attività agonistica per protesta nei confronti di una decisione della FSI. Questo a seguito di una delibera del consiglio federale, datata 28 maggio 1959, in cui si assegnava il titolo italiano del 1952 a Federico Norcia (primo ex aequo con Castaldi e Giustolisi), in virtù della vittoria nell’incontro diretto con il Maestro Internazionale fiorentino. Un incontro diretto avvenuto nell’ultimo turno di quell’edizione svoltasi a Ferrara in un clima un po’ surreale, con Castaldi già primo con un turno d’anticipo. Le cronache narrano che Castaldi, per intercessione di Enrico Paoli, comunicasse a Norcia di essere disponibile al pareggio se l’avversario “avesse giocato bene”. Una formula un po’ ambigua. La partita si svolse regolarmente, con il M.I. fiorentino che uscì dall’apertura in leggero vantaggio e con un pedone in più. Allorché Norcia offrì patta, Castaldi rifiutò, lasciandosi trascinare dalla foga di un attacco, talmente mal gestito da precipitare in svantaggio materiale incolmabile. A sette anni di distanza, con decisone retroattiva in violazione di quello che era il regolamento vigente nel 1952, la FSI tolse quel titolo a Castaldi.
Mario Napolitano commenta: “Castaldi si ritenne leso nel suo prestigio di campione per questo provvedimento, forse discutibile. Le incomprensioni e le reazioni furono probabilmente – da parte a parte – sproporzionate, ma egli si allontanò dalle gare ufficiali. Lo scacchismo italiano fu privato di un grande campione, ma Castaldi si vide quasi tradito dagli scacchi, che rappresentavano tanta parte della sua vita, con la famiglia ed il lavoro.”
Castaldi, medico dentista senza sentirne tuttavia la vocazione, continuò a frequentare il circolo di Firenze e prese a giocare anche per corrispondenza, disciplina non disdegnata in quegli anni anche dai migliori scacchisti a tavolino del nostro Paese. Solo in due occasioni decise di scendere dal suo Aventino. La prima fu Reggio Emilia 1963/64, dove pur fuori allenamento seppe sconfiggere due dei vincitori del torneo, Janos Flesch e Rudolf Teschner, avversari di notevole spessore internazionale. Giocò ancora a Roma nel 1964 un forte torneo chiuso, in cui raggiunse comunque un dignitoso quinto posto. Si narra che spesso si alzasse durante la gara per andare a curiosare tra le partite del torneo sussidiario.“Andiamo a vedere i polli”, diceva. Tra questi però lo colpì un diciannovenne di Zagabria, al quale predisse un futuro da Grande Maestro. Quel giovane era Miso Cebalo.
Dopo quel torneo più nulla. Si tuffò nel bridge, rifugio ultimo di tanti ex scacchisti, dove l’amarezza della sconfitta si divide in due ed il peso degli anni non incide come nelle sessantaquattro caselle. Proprio ad un tavolo di bridge lo colpì un infarto la notte del 6 gennaio 1970, stroncandolo a soli 53 anni.
A quarant’anni di distanza pochi giovani conoscono la storia passata di questi campioni italiani. Quando ragazzino iniziai a muovere i primi passi scacchistici nella Toscana degli anni’80, di Castaldi non era rimasto neanche il ricordo. Trasferiti per lavoro il Grande Maestro Sergio Mariotti ed il Maestro Internazionale Francesco Scafarelli, scomparsi i M.I. Rosselli, Castaldi e Clarice Benini, Firenze restava orfana del suo genio, smarrita, confusa, disgregata. Ancora oggi non un circolo intitolato a costoro, non un memorial, una labile traccia di un passato glorioso. Il compianto Alvise Zichichi, uno dei pochi che capiva bene questa frattura generazionale, si sforzava fino allo spasimo per far comprendere cosa fosse una scuola scacchistica, cosa significasse una storia, un percorso comune. Un faro nel buio era per noi il Maestro Pierluigi Beggi, straordinario burattinaio di ricordi, del quale saremo sempre debitori per le memorie che ci ha saputo regalare. E qui ci fermiamo.
Proponiamo a seguire una partita meno nota di Vincenzo Castaldi, giocata per l’appunto contro Federico Norcia a Firenze nella finale del campionato italiano del 1936; partita che fu insignita del premio di bellezza.
Castaldi V. – Norcia F.
Partita Reti A 09
Firenze – Campionato Italiano, 1936
1.Cf3 d5 2.c4 Le innovative idee degli ipermoderni avevano senz'altro influenzato Castaldi. Amava il gioco chiuso che gestiva con un repertorio d'aperture vario ma contraddistinto da linee minori. Qui notiamo chiaramente la mano di Richard Reti. 2…dxc4 3.Ca3 Ag4 Tra le tante mosse di sviluppo possibili, una delle meno convincenti. 4.Cxc4 Cf6 5.Db3! Sferzando subito il punto b7, con simultanea difesa di b3. 5…Ac8? Di una passività assoluta. Ci si poteva difendere attivamente con 5…Dd5. 6.Cce5 Minacciando matto in f7. 6…Dd5 7.Dc2 c6 8.e3 e6 9.Ac4 Da5 10.0–0 Ad6 11.d4 Cbd7? L'intenzione di rimuovere il Ce5 è lodevole, ma il Nero sottovaluta i rischi derivanti da una prolungata permanenza del Re al centro. Era giunto il momento di giocare 11…0–0. 12.Ad2 Dc7 13.Cxf7! (diagramma)
La felice intuizione tattica. Il Bianco ha tutte le proprie forze in gioco a giustificare il sacrificio di pezzo che vanifica l'arrocco.
13…Rxf7 14.Cg5+ Re7 15.Cxe6 Db8 A poco serviva 15…Axh2+ 16.Rh1 Dd6 17.e4! Cg4 18.a3! e le minacce bianche provengono da ogni dove. 16.Cxg7 Ed i pedoni per il pezzo sono già diventati tre. 16…Cb6 17.e4 Non era una cattiva idea la conservazione dell'Alfiere con 17.Ab3. 17…Axh2+ Scelta comprensibile ma di scarso sollievo. Spiacevole comunque 17…Cxc4 18.Dxc4 Tg8 19.e5 Txg7 20.exd6+ Rf8 21.Af4. 18.Rh1 Af4 Va incontro a disastri 18…Cxc4 19.Dxc4 Cxe4 20.Tae1 Rf6 21.Txe4 Rxg7 22.Te7+ Rf8 23.Df7#. 19.Ab4+ Ad6 Brutta fine per il Nero dopo 19…Rd8 20.e5! (scarica la batteria del Nero sulle case scure) 20…Cfd5 21.Axd5 Cxd5 22.Ad6 Cc7 23.De4. 20.Axd6+ Dxd6 21.e5 Dxd4 22.exf6+ Dxf6 Decisamente peggio la cattura di Re: 22…Rxf6 23.Ch5+ Rg5 (23…Re7 24.De2+ Rf8 25.Tae1+-) 24.Af7 Cd5 25.Tae1+-. 23.Tfe1+ Rd8 Anche la fuga ad Est non portava in nessun posto: 23…Rf8 24.Ce6+ Axe6 25.Txe6 Dh4+ 26.Rg1 Cxc4 (26…Dxc4 27.Df5+ Rg8 28.Te7 con matto imparabile) 27.Df5+ Rg7 28.Te4 Thf8 29.Dd7+ Tf7 30.Dxf7+ Rxf7 31.Txh4+-. 24.Dd3+! Lo scacco vincente. 24.Tad1+? avrebbe permesso 24…Rc7. 24…Ad7 Fallisce stavolta 24…Rc7 25.Dg3+ Dd6 26.Te7+ Cd7 27.Ce6+ e la Donna nera è perduta. 25.Ce6+ Rc8 26.Dd6 1–0
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