“Un classico è un libro di successo sopravvissuto alla reazione del periodo e della generazione successiva. Allora è al sicuro, come uno stile nell’architettura o nel mobilio. Ha acquistato una dignità pittoresca che sostituisce la moda.” [Francis Scott Fitzgerald, Belli e dannati]
“Meglio un piano cattivo che nessun piano”, sentenziava Emanuel Lasker. All’ombra di questo precetto sono cresciute generazioni su generazioni. Germogliate nel fertile terreno delle idee. La linfa di cui si nutre ogni albero delle varianti. Oggigiorno, tuttavia, sarebbe facile ribattere che un piano cattivo porta alla disfatta: meglio allora nessun piano che la sconfitta. La differenza tra il fosforo ed il silicio, in bilico tra chimica e filosofia.
Ci stiamo inerpicando in terreni impervi, risalendo un antico fiume. Come gli epici cercatori d’oro del Klondike, risaliamo la corrente e setacciamo pagine su pagine, per ritrovare pagliuzze e pepite di rara bellezza. “Strategia e tattica degli scacchi” di Georgij Lisitsyn (Edizioni Ediscere, Verona 2010, 440 pagg.) è la miniera agognata, il pozzo di San Patrizio, da cui decine di autori hanno attinto a piene mani. Un’opera che merita un posto di assoluto rilievo nella storia degli scacchi.
In principio fu Paul Rudolph Von Bilguer, il Diderot degli scacchi, a concepire l’archetipo di enciclopedia scacchistica con il suo Handbuch des Schachspiel, portato a termine da Tassilo Von der Lasa. Ma l’opera, seppur colossale, si limitava al mondo delle aperture. Steinitz e Tarrasch disciplinarono allora i concetti fondamentali del mediogioco, dando origine alla scuola classica, basata su fondamenta prettamente scientifiche. Sino all’arrivo degli ipermoderni. Tra questi, “Il mio sistema” del legislatore Aaron Nimzowitsch ebbe l’effetto di un cataclisma, con un diluvio di idee innovative e rivoluzionarie. Senza dimenticare poi “Il centro di partita” di Pëtr Romanovskij, un inno alla gioia del bello negli scacchi. La scelta di Lisitsyn fu proprio quella di incanalarsi nel solco del percorso tracciato dagli ultimi due grandi predecessori che abbiamo citato. Non soltanto sistema di idee generali a mo’ di vademecum, ma compilazione e catalogazione puntuale dei vari motivi strategici e tattici della partita, scevri del personalismo, dal soggettivismo di quel soffocante aggettivo possessivo nimzowitschiano. Senza dubbio si trattò di lavoro immane, di proporzioni mastodontiche, con tutte le difficoltà del reperire fonti senza l’ausilio del computer, impresa titanica cui collaborarono anche Batuev e Konstantinopolskij.
Benché il libro sia stato scritto negli anni’50, la sua attualità è incontestabile, perché la tattica non muta, ma parla un linguaggio di universale bellezza, dove alle combinazioni più eleganti e raffinate del passato, si accompagnano diversi studi scacchistici di pregio inestimabile, a rinvigorire la forza dei modelli prescelti dall’autore.
Tattica strategia e tecnica si susseguono in rigoroso ordine didattico, perché come spiegava con parole emblematiche l’impareggiabile Esteban Canal, “la tattica precede nel tempo la strategia, come la poesia la scienza. Poi è la strategia che precede la tecnica, come il sapere l'esperienza. Infine la tecnica precede la psicologia, come l'esperienza la saggezza”.
Gli esempi si susseguono a ritmo incalzante con ben 1077 diagrammi più 249 esercizi conclusivi, in una vertigine di temi, intervallati dalle brevi e icastiche spiegazioni dell’autore. Lo stile è quello comune a molti libri sovietici, senza fronzoli corinzi, un po’ carente di riferimenti storici, ma efficacissimo nella costruzione di una nomenclatura che suddivida i vari momenti della partita, per una migliore comprensione generale. Enrico Paoli, famoso per la sua pignoleria da “paoliglotta”, avrebbe forse arricciato il naso per la traslitterazione di alcuni nomi russi. Personalmente ho sempre pensato di aggirare il problema, affidandomi alla grafia ufficiale adottata dalla Fide e dai database, soprattutto per facilitare chi volesse reperire le partite in qualche archivio. Tanto ormai anche il GM finlandese Westerinen è abituato a quella “W” iniziale, che tanto irritava Paoli nelle sue recensioni.
Per concludere in bellezza, un meraviglioso matto in otto mosse del compositore polacco Saturnin Limbach (pag. 14), esaltazione del senso geometrico negli scacchi.
1.De4! Perché il concetto di zugzwang è stato coniato ancor prima negli studi e nei problemi che nel gioco vivo. Ad Emanuel Lasker il merito di averlo mutuato come concetto di portata generale. 1…b1D [1...Rg1 2.De1#] 2.Dxb1+ Tg1 3.Db7+ e4 [3...Tg2 4.De4 Rg1 5.De1#] 4.Dxe4+ Tg2 5.Db1+ Per chi non avesse considerato il triangolo… 5…Tg1 6.Db7+ Tg2 7.De4 Lo zugzwang che decide. 7…Rg1 8.De1#